c'era una volta una goccia d'acqua.
o meglio, una goccia di rugiada,
che un giorno prese coscienza.
o meglio, un'alba come tante altre,
e decise di vedere il mondo.
i raggi del sole lembivano dolcemente il tarassaco selvatico,
in un modo che se ti ci mettevi ben rannicchiato dietro la terza violetta,
potevi pensare che quella corona gialla fosse il sole stesso,
curvo su un cavo verde stelo.
c'era un qualcosa di speciale nell'odore del terriccio molle mattutino,
un'agrodolce fragranza di acide memorie; era lo stesso odore, erano le stesse sensazioni
che si sarebbero provate di fronte ad un vecchio reduce di mille battaglie.
solo che la terra era lì, mai si era mossa e con buona probabilità mai l'avrebbe fatto.
questo pensavo,
ed era straordinario.
non ciò che pensassi, in fondo,
era straordinariamente meraviglioso il fatto che pensassi.
e per quanto ne sapevo, era un miracolo.
o così almeno sembrava.
dubito quel tarassaco si fosse mai chiesto la ragione del suo giallo,
sarei pronto a scommettere che nemmeno il fiore di magnolia
si fosse interrogato sulla dolce ed intensa fragranza che emanava.
eppure io, insignificante tra insignificanze, pensavo.
ragionavo.
e decisi di non smettere più.
mi mossi.
cioè, mi spostai, deambulai, autonomamente e persino controllando precisamente in che direzione farlo.
ma dato che sembravo l'unico che si poneva certe domande,
temo nessuno fosse in grado di rendersi conto di quale meraviglia c'era dietro quei movimenti.
cominciai a viaggiare.
attraversavo campi di mughetti, papaveri, grano e sterpaglie;
dormivo all'ombra dei pioppi e fra i loro pollini sognavo morbide distese innevate e immense foreste silvane di nerboruti abeti; mi cullavo in ancestrali divagazioni di esotici nettari d'oltreoceano, in fantasticherie di ameni paesaggi lontani.
finchè un giorno fui folgorato da un unico, terribilmente reale, pensiero.
il che ha dello straordinario, data la natura di goccia di rugiada di cui difficilmente mi sarei liberato.
da quel giorno un'inquietudine mi pervase, niente sembrava appagarmi come prima.
d'un tratto la mia natura mi fu chiara nella sua interezza: ero una goccia, una goccia di rugiada.
non avevo colore.
non avevo forma.
non avevo sapore.
non avevo uno scopo, un fine, una destinazione.
non dovevo sviluppare nè stami nè pistilli, non dovevo preoccuparmi di sgargianti piumaggi per attirare le femmine e non avrei nemmeno dovuto trasportare pagliuzze per costruire un degno riparo per la mia prole.
non avrei avuto prole.
nè avrei avuto un'altra goccia al mio fianco che mi confortasse.
ero un'anomalia, un curioso caso di quello che alcuni chiamano destino,
un spietato divertissement del fato, un fatale errore, forse.
presi ad invidiare ogni cosa.
presi ad invidiare la semplicità del tarassaco, ed il tarassaco stesso,
così bello e così fermo. non pensante. inerme.
talmente inerme da non doversi preoccupare di nulla,
gl'importasse un fico secco delle gocce di rugiada fra le foglie.
presi ad invidiare me medesimo, quasi il pensare m'avesse estraniato dalla mia non-forma originaria.
rinnegavo la mia coscienza, la mia conoscenza, il mio, se mi è permesso il termine, essere.
la razionalità in ugual modo mi legava e mi liberava dalla mia, seppur flebile, fisicità, felicità.
incompiuto, divagavo fra me e me -e con chi, se non altro- , ed atterrito guardavo il tempo passare su quanto mi circondava.
eppure tutto quello che volevo era di fronte a me, oltre il manto erboso della scarpata.
sarebbe stato quello il mio scopo, la mia destinazione, il mio fine ultimo.
e forse esattamente l'ultima cosa che avrei fatto.
di fronte a me, l'oceano si stagliava come un enorme, inerme gigante.
lo confesso, sento questo posto sempre meno mio.
si è staccato, è cresciuto,
è succube di un'aspettativa comune che probabilmente non esiste in altri che in me.
o forse no.
molto probabilmente manca una vera e propria aspettativa da condividere con qualcuno.
un blog è un dito da puntare contro le meraviglie del mondo;
ma chi punta un dito se non ha nessuno a cui indicare?
esercizi di stile, meri esercizi di stile,
e assai più vili di Queneau, per giunta.
ma se devo scrivere per me stesso, perchè scrivere?
in fondo non faccio altro che pensare.
riversare appunti criptici su bit condivisi al mondo?
si può fare.
io scrivo, ma chi legge oltre a me?
e questo importa?
dovrebbe?
non sono incompreso.
manca qualcuno che mi ascolti.
manca soprattutto che io parli.
ecco, dovrei essere inteso.
sono ininteso,deinteso,ainteso,ninteso.
sono un muto che pretende risposte alle domande.
datemi uno specchio e vi discorrerò sui massimi sistemi.
per poi scordarmi tutto.
ma c'è davvero qualcuno che sarebbe disposto ad ascoltare questo mare di... me?
simpateticamente compiangolo.
sono vivo?
sono vivo.
il che non è una cosa da poco,
nè tutto sommato un dettaglio così marginale, per il sottoscritto.
perchè non scrivo più spesso?
(che è, hum, riduttivo per un aggiornamento dopo 4 mesi).
perchè avevo scordato l'abitudine di riversare gli "appunti mentali"
in questo posto, su questi tasti che stentano a consumarsi.
e il piacere che ne deriva.
scriverò più spesso ora?
probabilmente, ma non escludo nemmeno il totale contrario.
so che a qualcuno piaceva quello che scrivevo,
o almeno il come,
(il che non è una cosa da poco,
nè tutto sommato un dettaglio così marginale, per il sottoscritto),
e dato che in fondo ci metto pure il me stesso in quel qualcuno,
anche se in rilettura postuma,
mi pare cosa buona riprendere.
cos'è successo nel frattempo?
è passato tempo.
sono cambiate persone,
rapporti, idee e soprattutto modo di vedere le cose.
sono cambiate abitudini,
sono cambiati i problemi,
probabilmente sono cambiato anch'io,
il che potrebbe risultare anche un dettaglio marginale ai più.
mi pare cosa buona.
riprendere.
Don't be sad for what will never be
Be glad you didn't have to see
This time became a part of me
And now this burning memory
The sun will break the night till dawn
And then we'll tell some tales again
And when the time has come and gone
The wind will carry on and on
The wind will carry on and on.
alla fine dell'anno, niente di meglio che un day one.
guardo fuori attraverso le porte scorrevoli e calcolo mentalmente il tempo che rimane.
ancora pochi minuti, pochi attimi, pochi congelati, rassicuranti istanti che mi separano dalla pausa.
salgo le scale con calma flemmatica, firmo, saluto, me ne vado.
mi chiudo in macchina, come compagna una stampa di un aquila su un pezzo di cartone che mi fissa.
ed è lì che comincia il viaggio, mentre una chitarra ricama su un letto di feedback e bassi rassicuranti.
ho sempre trovato i massi spogli e nudi in montagna, in mezzo a delle radure, estremamente rassicuranti.
ecco, quel basso suona proprio così, un macigno nel verde, lontano dagli abeti di pianoforte.
in uno stato catatonico, penso. e non accade così spesso di pensare.
penso a chi sono, a cosa ci faccio in quel posto ad elargire sorrisi di pietà, sorrisi complici e sorrisi forzati. e a pensare che c'è molta poca differenza tra i tre.
penso a quello che mi terrorizza davvero, vedere un mondo intorno a me in balia di una psicosi terribile, vedere le reazioni delle vittime e rendermi conto di quanta poca sia la considerazione che il genere umano nutre verso se stesso.
temo, lotto e cerco di sopravvivere alla rassegnazione che leggo in certi occhi.
incomincio a viaggiare in quel limbo di coscienza fatta di gesti comuni, meccanici, e nell'oceano di incoscienza fatta di gesti comuni, meccanici, sincroni e talmente prevedibili da mettere in serio dubbio ogni libero arbitrio.
vago nei meandri estatici del possibile, della proposizione e dell'autoconvincimento. e pensare che non è neppure capodanno.
mi risveglio nell'umido abbraccio di una delicata canzone di paure.
Yes!I Am A Long Way From Home, nella mia pausa pranzo post-rock.
(in sottofondo, qualcosa di simile a quello che sentireste se apriste una portiera di quella macchina parcheggiata con quello strano tizio dentro)
se va avanti così,
io dalla vita non ce ne esco vivo.
è in questi momenti che succede il peggio.
è quando guardo in occhi simili che capisco esattamente quello che mi manca, quello di cui ho bisogno.
ed un senso di inquietudine pervade immancabilmente i giorni successivi.
l'ordinario non basta più.
a dirla tutta, nulla basta più.
sono quegli sguardi che non ho, quella complicità nascente.
lo svegliarsi alla mattina terribilmente lucido,
ed addormentarsi la sera con quell'unico sguardo che si tenta di mandare via.
è in questi momenti che la cornice di una foto non basta.
e, trust me, non ci sono cornici abbastanza grandi.
di quelli, solo di quei sorrisi potrei vivere.
dello scoprirsi passo passo, fra frammenti di frase e giochi di sguardi.
"hm, farmacia? tanta chimica... mai sopportata"
hm, chimica.
mai sopportata.
è una scappatoia troppo comoda alle meraviglie.
sei felice e non sai perchè? probabilmente ci sono dei livelli un attimino più bassi del solito di serotonina.
dolore emotivo? eccesso di serotonina.
attrazione verso una persona? feromoni, ormoni.
chimica.
seriamente, c'è qualcuno che pensa *davvero*
che il mondo segua delle ferree regole di bilanciamento di reazioni?
ah-ahm.
spero di dimenticarla in due giorni, ogni volta è sempre peggio.
"Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto piú spesso e piú a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me.
Queste due cose io non ho bisogno di cercarle e semplicemente supporle come se fossero avvolte nell’oscurità, o fossero nel trascendente fuori del mio orizzonte; io le vedo davanti a me e le connetto immediatamente con la coscienza della mia esistenza"
Immanuel Kant